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Bambino Sole

Quando hai tanto da dire e nessuno con cui parlarne

In Solomon J. nel villaggio dei Pepileni c’è una frase piccola e dolorosa: «Mi piace stare insieme a te». È ciò che Solomon J. vorrebbe sentirsi dire.

Quando le domande sono più grandi della conversazione

Un bambino con capacità di ragionamento e astrazione molto sviluppate può interessarsi presto a questioni complesse: l’universo, la morte, il tempo, la giustizia, la coscienza, la storia, il funzionamento della materia, le ragioni profonde del comportamento umano. La particolarità riguarda anche il modo in cui pensa. Una domanda conduce immediatamente a un’altra, una risposta genera un’eccezione, un dettaglio diventa un collegamento.

Quando il compagno desidera cambiare argomento dopo pochi secondi, i due bambini possono semplicemente trovarsi in punti diversi della stessa conversazione. Se questa esperienza si ripete, il bambino può scoprire molto presto che alcune parti del proprio pensiero hanno pochi interlocutori.

«Un po’ troppo… tutto»

La formula usata in Solomon J. nel villaggio dei Pepileni è volutamente imprecisa e proprio per questo riconoscibile: troppo curioso, troppo intenso, troppo preciso, troppo sensibile, troppo insistente quando qualcosa lo interessa. Troppo serio in certi momenti e ancora profondamente bambino in altri.

La fiaba trasforma questa sensazione nella metafora della luce. Il Bambino Sole possiede un’intensità che richiede tempo per trovare relazioni capaci di accordarsi con la sua frequenza. Nel racconto compare così l’idea che alcuni Bambini Sole possano avere bisogno di più tempo per incontrare persone con cui sentire una «vera sintonia».

La domanda che rimane riguarda il mondo reale: quanto può pesare, durante l’infanzia, sentirsi continuamente fuori frequenza?

Sapere cose da grandi e sentire cose da bambini

Una capacità di astrazione avanzata può creare un equivoco. Un bambino parla come un ragazzo più grande, comprende concetti complessi, coglie ironia e contraddizioni, ragiona con adulti che rimangono sorpresi dalla precisione delle sue osservazioni. Poi arriva la ricreazione e nessuno lo sceglie. In quel momento ha esattamente l’età che ha.

La competenza cognitiva offre strumenti per comprendere l’esperienza; restano da coltivare gli strumenti emotivi necessari per attraversarla. Un bambino può capire razionalmente perché un gruppo si comporta in un certo modo e sentire comunque il peso di restare fuori. Può formulare una spiegazione sofisticata della propria solitudine e continuare ad avere bisogno di una frase elementare: «Vuoi giocare con me?».

Quando si comincia a parlare meno

Una difficoltà più sottile può comparire quando il bambino modifica progressivamente sé stesso per rendere più semplice la relazione. Racconta meno, accorcia le spiegazioni, trattiene alcune domande, impara quali argomenti producono interesse e quali producono silenzio. Osserva gli altri e prova a capire quanto di sé possa portare nella conversazione.

Questa capacità di adattamento può essere utile. Diventa dolorosa quando il bambino percepisce che l’appartenenza richiede una versione costantemente ridotta della propria presenza. A quel punto la questione supera la difficoltà di fare amicizia e riguarda il prezzo che si sente costretto a pagare per riuscirci.

Solomon J. e Ombra

Nel libro la solitudine trova anche un’immagine precisa. Quando Solomon J. fatica a trovare posto nel gruppo, Ombra assume un ruolo particolare. La sua immaginazione costruisce un interlocutore proprio nel punto in cui la relazione reale si fa più fragile.

La metafora permette di leggere la solitudine anche come uno spazio nel quale il bambino continua a produrre pensiero, gioco e immaginazione. Può inventare mondi, disegnare, leggere, costruire storie, parlare con personaggi interiori. Resta però una domanda più profonda: con chi avrebbe voluto condividere tutto questo?

L’amicizia ha bisogno di un terreno comune

Dire a un bambino «devi socializzare di più» offre poche indicazioni. La questione può essere molto più concreta: con chi, facendo cosa, parlando di cosa, in quale ambiente?

Per alcuni bambini l’incontro diventa più facile quando nasce intorno a un interesse autentico. Astronomia, dinosauri, musica, LEGO, mitologia, scienza, libri, disegno, scacchi o programmazione possono diventare un territorio comune. Una passione condivisa riduce lo sforzo iniziale della relazione e permette al bambino di smettere, almeno per un po’, di domandarsi come entrare nel gruppo.

I ponti servono anche a questo

In Solomon J. nel villaggio dei Pepileni i Ponti sono legati al gioco, all’immaginazione e alla possibilità di creare collegamenti. Tra i ricordi di Solomon J. compare anche la sensazione dei momenti in cui «non c’era nessuno con cui giocare a pallone o inventare una storia».

Un pallone e una storia sembrano appartenere a mondi diversi. Entrambi, però, richiedono qualcuno dall’altra parte. Per un bambino con interessi molto specifici, costruire ponti può significare aumentare i luoghi nei quali trovare persone affini: dentro la scuola, fuori dalla scuola, in gruppi costruiti attorno a passioni condivise.

Il compito dell’adulto può consistere anche nel creare quelle occasioni.

Cercare sintonia senza costruire superiorità

Spiegare la solitudine dicendo «gli altri non ti capiscono perché sei più intelligente» rischia di costruire una distanza ancora più rigida. L’alto potenziale può contribuire a creare interessi, ritmi cognitivi e modalità di conversazione che trovano poca corrispondenza in un determinato gruppo, ma questa distanza non stabilisce una gerarchia tra bambini.

La formulazione cambia allora: «Qui faccio fatica a trovare qualcuno con cui condividere questa parte di me». Quel qui lascia aperte altre possibilità. Esistono altri gruppi, altri laboratori, altri bambini, altre occasioni e altre passioni condivise.

Quando finalmente qualcuno rimane

Nel linguaggio di Pepilandia si chiama «vera sintonia». Significa trovare qualcuno disposto ad ascoltare una domanda fino in fondo, qualcuno capace di rispondere «anch’io», di proporre un’altra teoria, di discutere seriamente e, cinque minuti dopo, tornare a ridere per qualcosa di completamente infantile.

Il bambino che ragiona molto più avanti della propria età continua ad avere bisogno di vivere la propria età. Ha bisogno di pensare, giocare, essere cercato e incontrare persone davanti alle quali la propria profondità possa esistere senza diventare una prova di valore.

Solomon J. desidera soltanto sentirsi dire: «Mi piace stare insieme a te».

Per un bambino che ha trascorso molto tempo chiedendosi se sia «troppo», una frase così può significare qualcosa di molto concreto: qui posso restare intero.

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