Il Takaró protegge l'accesso al mondo interno, spirituale, invisibile e decisivo per lo sviluppo della persona. Tuttavia, questa forza ancestrale ha anche la sua vulnerabilità. Come ogni tessuto sottile, il Takaró può disgregarsi, essere lacerato, persino trasformato. Quando l'Ombra prende un pezzo del Takaró di Solomon, sta tentando di smembrare la coerenza del bambino, portando via con sé un pezzo del suo legame con l'origine.
E quando Cucù avverte Solomon con parole che pesano come presagi: «Nel tuo mondo, il Takaró può essere portato via con l'inganno», si riferisce al rischio che la psiche venga sedotta, spinta a rinunciare alla propria verità profonda per adattarsi, conformarsi, sopravvivere.
Questo tema si amplifica nella figura del Gigante, padre disgregato e disgregante, che ha svenduto il proprio Takaró alle aquile, simbolo di potere e controllo. In quel gesto, il Takaró perde la sua funzione primaria: diventa moneta di scambio, lontano dalla casa interiore che era. Ed è proprio da lì che nasce la sua ferocia: non avendo più un proprio Takaró dell'anima, il Gigante accetta di prendere qualcosa che appartiene al figlio.
Questo atto è di una violenza inaudita: è il tentativo di annullare l'origine dell'altro per compensare la perdita della propria. È un gesto che molte persone neurodivergenti o altamente sensibili sperimentano nella vita reale, sotto forma di conformazione forzata, negazione del proprio sentire, disconferma affettiva. Il Takaró, dunque, è al tempo stesso potente e fragile. Tiene insieme il Sé, ma può essere sfilacciato dalla trascuratezza, dalla violenza, dalla disattenzione simbolica. È una materia non-materia, capace di sopravvivere in forma latente, ma esposta agli attacchi di chi non ne riconosce il valore. È la psiche primordiale del bambino: è già anima, prima di essere cultura, prima di essere io strutturato.