Il valore del gioco
I ponti sono giochi: il valore del gioco nella fiaba
Una definizione che sposta lo sguardo
Solomon J. arriva davanti a una pozzanghera di acquabaleno e si aspetta pietra, corde, tavole di legno tremanti come nei film. Trova invece una ruota panoramica che sale dall’acqua e porta appesi gli oggetti dei bambini. È lo scarto che desideravo.
Il Pepifante lo dice con una frase che nel racconto funziona come una soglia: «I ponti sono giochi che accendono i bambini e non giochi che i bambini accendono.» La distinzione è sottile e cambia tutto. Un gioco che si accende chiede al bambino di entrare in un mondo già costruito da qualcun altro, con regole, tempi e ricompense decise altrove. Un gioco che accende parte dal bambino, prende la forma dei suoi pensieri e lo porta in quella che nel libro chiamo la terra del «qui io posso».
Quella terra ha un nome anche fuori dalla fiaba. Donald Winnicott, in Gioco e realtà (1971), descrive il gioco come uno spazio intermedio tra il mondo interno e il mondo condiviso, un’area in cui il bambino sperimenta la propria capacità creativa e si sente reale. Winnicott lega la salute psichica proprio a questa esperienza: il bambino sta bene quando gioca, e giocando diventa qualcuno. Pepilandia è un’area di questo tipo, con la fantasia al posto della teoria.
La ruota che gira a vuoto
Nel capitolo, davanti alla ruota, Solomon J. sente una solitudine che riconosce. È la stessa dei pomeriggi al parchetto, quando gli altri bambini restano sulla panchina a finire una partita al telefono e il turno sull’altalena arriva sempre più tardi. Ho scelto quell’immagine perché la incontro spesso, nelle classi e nei cortili. Ogni cabina gira, e nessuno guarda il paesaggio.
Cucù aggiunge una riga che agli adulti fa un certo effetto: i bambini scelgono la meraviglia già pronta perché i nuovi adulti hanno sempre meno tempo per costruire ponti sicuri. Gustavo Pietropolli Charmet, in Il motore del mondo (2020), racconta un mutamento affettivo simile: la relazione educativa oggi passa dalla condivisione emotiva e chiede presenza, non prestazione. Il tempo dell’adulto è la materia prima del ponte.
I ponticelli di casa
Subito dopo, Solomon J. torna con il pensiero ai LEGO sparsi in ogni angolo, al binocolo fatto con due colli di bottiglia, alle caverne di cuscini e ai maglioni della mamma presi dall’armadio. Li chiama i suoi ponticelli, e sente che gli mancano. Questa è la parte del libro che mi sta più a cuore, perché restituisce dignità al materiale povero. Due colli di bottiglia diventano uno strumento ottico, una coperta diventa architettura, un maglione conserva un odore e quindi una presenza.
Lev Vygotskij, in Pensiero e linguaggio (1934), mostra come il bambino impari dentro una relazione che gli offre strumenti simbolici e gli lascia lo spazio per usarli. La sua zona di sviluppo prossimale è la distanza tra ciò che un bambino fa da solo e ciò che riesce a fare accanto a qualcuno. Nella fiaba questa funzione è affidata alla Pepilena dell’Alba e al Pepifante: aprono una possibilità e attendono. Solomon J. arriva alla comprensione con le proprie gambe, e questo la rende sua.
Zio Paul, o l’adulto che custodisce
Il ponte più solido del libro appartiene a un adulto che parla poco di sé. Zio Paul compare in videochiamata con le mani infarinate, e alle sue spalle, nel piccolo ristorante di Grand Baie, c’è la stessa ruota di Pepilandia. Solomon J. la riconosce e urla la sua scoperta: zio Paul custodisce ponti per Pepilandia. Nessuna spiegazione, nessuna lezione. Un adulto che ha tenuto acceso il proprio incanto e lo ha lasciato in vista, finché un bambino è stato pronto a vederlo.
Qui il gioco mostra la sua seconda funzione: tiene insieme il tempo. Il bambino ritrova un legame affettivo dentro un oggetto, e quel legame diventa memoria disponibile. Nel racconto la ruota fa esattamente questo lavoro: raccoglie lacrime e sorrisi, battaglie, vittorie e sconfitte, e profuma di buono.
Che cosa chiede il libro agli adulti
La storia affida agli adulti un compito preciso: diventare ponti solidi tra realtà e magia. Nella pratica significa tre gesti semplici e quotidiani.
- Mettere a disposizione ogni giorno un materiale povero e un tempo libero da compiti.
- Giocare insieme almeno una volta al giorno seguendo l’idea del bambino.
- Custodire i ponti che ha già costruito, anche quando sembrano piccoli.
Effetti lunghi di gesti quotidiani
Sono gesti che stanno dentro una giornata normale e producono effetti lunghi. Un bambino che gioca sperimenta l’autoefficacia, impara a stare nella frustrazione dentro una cornice sicura, allena il linguaggio e la capacità di raccontarsi. Un bambino che viene raggiunto nel suo gioco impara qualcosa in più: la sua immaginazione interessa a qualcuno.
Quanti mondi esistono
La domanda che attraversa tutto il libro è la stessa che Solomon J. porta con sé dall’inizio: quanti mondi esistono. La risposta arriva proprio dai Ponti, ed è la frase che porto con me anche fuori dalla pagina. I mondi sono tanti quanti i ponti che impariamo a costruire.
Per questo il Pepifante chiede una cosa sola, e la chiede agli adulti prima che ai bambini: «I bambini devono riuscire a dire ancora: mamma, mamma, ho visto un Pepileno!» Un bambino che può dire quella frase ha accesso al proprio mondo interno, e ha accanto qualcuno che lo ascolta. Il gioco è il linguaggio con cui quella verità arriva fuori, e il ponte è la strada che le teniamo aperta.
Riferimenti
Anusha Bhama Gukhool è l’autrice di Solomon J. nel villaggio dei Pepileni.
- Donald W. Winnicott, Gioco e realtà, Armando, Roma, 1974 (ed. orig. Playing and Reality, Tavistock, London, 1971).
- Lev S. Vygotskij, Pensiero e linguaggio, Giunti, Firenze, 1990 (ed. orig. 1934).
- Gustavo Pietropolli Charmet, Il motore del mondo. Come sono cambiati i sentimenti, Solferino, Milano, 2020.
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