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Dire al bambino che l'assenza esiste e ha una forma lo libera dal compito di indovinarla da solo. Una figura con un nome è più leggera di un silenzio.
L'assenza nel libro
Nella fiaba il padre è il Gigante. Solomon J. immagina universi nei quali i papà giocano a nascondino e i bambini continuano a cercarli, poi si domanda che razza di gioco sia quello in cui un bambino non riesce mai a vincere. Porta con sé una domanda che pesa: se lo trovasse, il suo papà resterebbe? Il Gigante dà all'assenza un corpo, un luogo e una storia, e permette al bambino di guardarla.
Suo padre, per esempio, è spesso «nel suo mondo». La madre sembra sapere dove si trovi, Solomon J. ancora deve scoprirlo. Da questa distanza nasce il suo viaggio: parte per cercare un luogo, e lungo la strada scopre che sta cercando una risposta.
Chiamarlo Gigante cambia la scala delle cose. Un gigante si vede da lontano, occupa il cielo, proietta un'ombra lunga sul villaggio: è esattamente la misura che l'assenza di un padre ha dentro un bambino. Dando all'assenza una figura, la fiaba la rende osservabile, e ciò che si può osservare si può anche attraversare.
Il Gigante è una figura grande e lontana, capace però di raggiungere la psiche del bambino attraverso una via tutta sua. L'Ombra di Solomon J. dialoga con lui nella notte e arriva a porgergli un filo dorato, l'eredità del figlio.
L'incontro avviene sul Ghiacciaio dell'Alcolà. Solomon J. osserva il Gigante immerso nel gelo e comprende, forse per la prima volta, che la distanza fra loro ha radici profonde e precede la sua nascita.
Riconosce il dolore del padre e lo distingue dal proprio destino: esistono sentieri che appartengono agli adulti e sentieri che appartengono ai bambini. Da lì la domanda «se trovo papà, resterà?» smette lentamente di orientare tutta la sua ricerca.
La fiaba libera il bambino dal peso di dover cercare un papà che non riesce a farsi trovare, e gli restituisce la sua strada. L'assenza resta, ma prende un nome: si chiama Gigante, e si può guardare.
«Dicono che occorra un villaggio intero per crescere un bambino. Se questo è vero, sono io il villaggio di mio figlio.» La madre di Solomon J. tiene insieme il quotidiano e allo stesso tempo costruisce per lui una mitologia su misura, un mondo dove la sua domanda trova spazio e figure.
Sceglie di raccontare invece di spiegare, e di accompagnare invece di risolvere. Al figlio offre gli strumenti per camminare con le proprie gambe dentro la storia, così che le risposte arrivino da lui, al suo ritmo.
Dire al bambino che l'assenza esiste e ha una forma lo libera dal compito di indovinarla da solo. Una figura con un nome è più leggera di un silenzio.
Il dolore del padre appartiene al padre. Il bambino può riconoscerlo e continuare a camminare sul proprio sentiero, che resta interamente suo.
Il filo dorato dell'Ombra resta tra le mani del bambino. È l'eredità che gli appartiene, e prendersene cura è già un modo di crescere.
Dando all'assenza un corpo, un luogo e una storia. Nella fiaba il padre è il Gigante, una figura grande e lontana che il bambino può guardare senza doverla risolvere. Il bambino immagina universi in cui i papà giocano a nascondino e i bambini continuano a cercarli, e da quella domanda nasce il suo viaggio.
Il Gigante è il padre di Solomon J. È spesso «nel suo mondo», e Solomon J. ancora deve scoprire dove si trovi. La madre sembra sapere dove sia, il bambino no. Il Gigante dà all'assenza un nome e permette al bambino di guardarla.
Che la domanda «se trovo papà, resterà?» smette lentamente di orientare tutta la sua ricerca. Il bambino riconosce il dolore del padre e lo distingue dal proprio destino. Il Gigante raggiunge la psiche del bambino attraverso l'Ombra, che gli porge un filo dorato, l'eredità del figlio.
No. Il libro mostra che la distanza fra il Gigante e Solomon J. ha radici profonde e precede la nascita del bambino. La fiaba libera il bambino dal peso di dover cercare un papà che non riesce a farsi trovare, e gli restituisce la sua strada.
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