Solomon J. è un bambino che vorrebbe una mappa. Gli servirebbe per raggiungere quei mondi misteriosi nei quali, secondo gli adulti, altri adulti qualche volta si perdono. Suo padre, per esempio, è spesso “nel suo mondo”. Madre sembra sapere dove si trovi, Solomon J. ancora deve scoprirlo.
Così immagina universi nei quali i papà giocano a nascondino e i bambini continuano a cercarli. Poi si domanda che razza di gioco sia quello in cui un bambino non riesce mai a vincere. È da una domanda simile che nasce il suo viaggio.
Solomon J. ha sette anni, pensieri molto grandi e un corpo che gli altri trovano già abbastanza grande. È il più alto, il più forte, qualche volta il più polemico. Ha imparato presto che alcune parti di lui sembrano occupare molto spazio. Persino i suoi ragionamenti, certe volte, hanno bisogno di essere accorciati perché gli adulti hanno fretta.
Nel libro questa misura ritorna continuamente. Solomon J. viene percepito come un bambino un po’ troppo tutto. Troppo curioso, troppo intenso, troppo sensibile, troppo pieno di domande.
A Pepilandia scoprirà un’altra parola per raccontare quella stessa intensità: Bambino Sole. La differenza è sostanziale. Il “troppo” nasce dalla misura di chi guarda.
Per questo la scoperta di essere un Bambino Sole acquista valore soltanto dentro la storia che la precede. Solomon J. conosce già la solitudine di chi fatica a entrare nel mondo degli altri. Conosce il desiderio semplice di sentirsi dire che la propria presenza è gradita. Ha sperimentato quella strana fatica di dover ridurre qualcosa di sé per risultare più facilmente contenibile.
Quando domanda: “Allora… non sono fatto male”, il viaggio cambia direzione. Fino a quel momento stava cercando il mondo di suo padre. Da quel momento comincia lentamente a cercare il proprio.
Il Bambino Sole nasce qui. Dentro la possibilità di restituire significato a caratteristiche che, osservate attraverso una misura inadatta, possono trasformarsi in inadeguatezza. La luce di Solomon J. riguarda la sua capacità di vedere collegamenti, percepire ciò che accade sotto la superficie, costruire immagini per comprendere esperienze emotive complesse. Nel racconto gli viene spiegato che alcune luci rendono visibili percorsi che prima sembravano invisibili.
La sua immaginazione possiede esattamente questa funzione. Una pozzanghera può diventare un passaggio. Una bolla può contenere la paura. Un’Ombra può custodire ciò che il bambino sente prima ancora di riuscire a raccontarlo. Un ghiacciaio può offrire una forma visibile a un adulto diventato irraggiungibile. I Pepileni possono trasformare domande enormi in qualcosa che un bambino riesce finalmente ad attraversare.
Solomon J. usa la fantasia con la serietà con cui i bambini usano gli strumenti necessari. Per questo la fiaba gli costruisce una mitologia.
Gli serve una lingua abbastanza vasta da contenere l’amore per un padre e la sofferenza provocata dalla sua lontananza. Gli serve una storia capace di conservare entrambi senza chiedergli di scegliere quale dei due sentimenti sia quello giusto.
Anche Ombra appartiene a Solomon J. Rimane nella bolla quando lui riesce a raggiungere Pepilandia, portando con sé i pensieri più dolorosi che il bambino ha lasciato indietro. Il viaggio potrà dirsi compiuto soltanto quando Solomon J. avrà attraversato anche quella parte della propria storia.
Qui emerge uno dei tratti più delicati del personaggio. Solomon J. cresce senza diventare meno sensibile. Acquista strumenti per abitare la propria sensibilità.
Continua a fare domande. Continua a vedere creature nelle pozzanghere. Continua ad avere un cuore che, quando l’emozione diventa troppo grande, batte “piano forte”.
Cambia la posizione dalla quale guarda ciò che gli accade. All’inizio cerca una mappa per raggiungere il mondo degli adulti. Alla fine comprende che le mappe percorse dai propri genitori appartengono alle loro storie e che il destino di un figlio richiede un cammino proprio. La domanda “se trovo papà, resterà?” perde progressivamente il potere di orientare tutta la sua ricerca.
Solomon J. può allora tornare nel proprio mondo portando con sé qualcosa di più prezioso di una risposta. Una misura. La misura di ciò che gli fa bene, di ciò che merita di essere custodito, dei ponti che vale la pena attraversare e dei luoghi nei quali la sua luce può crescere senza doversi rimpicciolire.
Solomon J. parte cercando qualcuno. Finisce trovando un posto per sé.