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Scuola e famiglia

Quando scuola e famiglia si parlano, ma il bambino scompare

Il colloquio educativo funziona quando aiuta adulti diversi a leggere lo stesso bambino con più occhi. Quando distribuisce colpe, il bambino scompare.

Il rischio di trasformare il colloquio educativo in un processo

In Solomon J. nel villaggio dei Pepileni il rapporto tra Madre e le maestre mette a fuoco una criticità concreta: la comunicazione scuola famiglia può perdere la propria funzione quando smette di produrre comprensione e comincia a distribuire responsabilità.

Nel libro, alcuni comportamenti di Solomon J. vengono letti attraverso parole che definiscono il bambino e le sue reazioni. Rabbia, chiusura e fatica relazionale vengono ricondotte a «capricci antipatici»; Madre, durante i colloqui, percepisce un’attribuzione crescente di responsabilità per i malumori del figlio.

Il punto critico riguarda la progressiva rottura del dialogo. La questione va oltre la buona educazione tra adulti. Riguarda la qualità delle informazioni che arrivano al bambino.

Un elenco di comportamenti serve poco senza il contesto

«Ha risposto male.» «Si è rifiutato di lavorare.» «Si è isolato.» «Ha disturbato.» Sono osservazioni che possono avere valore. Diventano realmente utili quando vengono completate.

Che cosa stava accadendo prima? Quale richiesta era stata fatta? Quanto durava l’attività? Era già successo nello stesso tipo di situazione? Che cosa ha aiutato il bambino a rientrare?

La differenza è sostanziale. Nel primo caso si costruisce un elenco. Nel secondo si raccolgono dati.

Un colloquio efficace dovrebbe permettere alla scuola e alla famiglia di capire meglio il funzionamento del bambino, evitando che ogni episodio venga immediatamente trasformato in una caratteristica personale.

«Ha spinto un compagno durante il cambio dell’attività» descrive un fatto. «È aggressivo» interpreta quel fatto. «Dopo venti minuti di esercizio ha messo la testa sotto il banco» offre un’informazione. «È oppositivo» introduce già una spiegazione.

Le parole orientano lo sguardo. Quando un’etichetta entra troppo presto nella conversazione, ciò che accade dopo può essere letto attraverso quella definizione.

Il problema del genitore messo sotto esame

La comunicazione si deteriora quando il colloquio scolastico diventa anche una valutazione implicita della famiglia.

Domande sulle routine, sulle abitudini, sul sonno, sui cambiamenti recenti o sulle strategie utilizzate a casa possono essere molto utili. Il loro valore dipende dallo scopo con cui vengono poste.

Esiste una differenza tra cercare informazioni e cercare una causa. Nel libro Madre arriva a percepire che le difficoltà emotive di Solomon J. vengono ricondotte anche a lei. L’apparato critico parla esplicitamente di una «mancata alleanza educativa» e mostra come, in assenza di una triangolazione efficace con la scuola, la madre finisca per sostenere una quantità crescente di funzioni educative e interpretative.

Una comunicazione impostata sulla ricerca del responsabile impoverisce rapidamente la quantità di informazioni disponibili. Il genitore comincia a difendersi. L’insegnante sente messa in discussione la propria competenza. Il colloquio si riempie di spiegazioni reciproche. Il bambino resta sullo sfondo.

Anche la famiglia vede solo una parte

L’alleanza educativa richiede reciprocità. Il genitore conosce il bambino dentro la storia familiare, le routine, gli interessi, le paure, i momenti di maggiore sicurezza. L’insegnante lo osserva dentro un gruppo, durante una consegna, nelle transizioni, nelle relazioni con i pari e nelle richieste scolastiche.

Sono punti di osservazione differenti. Proprio per questo servono entrambi.

Una madre può conoscere molto bene il proprio figlio e avere poche informazioni su ciò che accade durante diverse ore trascorse in classe. Una maestra può conoscere bene il comportamento scolastico di un alunno e sapere poco di ciò che quel bambino porta con sé quando entra al mattino.

La qualità del confronto cresce quando i due punti di vista vengono messi in relazione.

La domanda che cambia il colloquio

Una domanda può modificare il tono di un incontro: «Che cosa possiamo ancora capire di questa situazione?»

Porta l’attenzione dalla colpa alla ricerca. Permette di formulare ipotesi mantenendole aperte.

Un bambino può chiudersi davanti a una consegna per ragioni diverse: difficoltà, noia, sovraccarico, frustrazione, paura dell’errore, incomprensione, stanchezza, tensione relazionale. Il comportamento osservato permette di iniziare l’indagine. La spiegazione richiede più informazioni.

Questo approccio richiama il concetto di mentalizzazione, cioè la capacità di considerare gli stati mentali che possono accompagnare un comportamento. In ambito scolastico significa mantenere curiosità professionale anche quando il comportamento crea fatica.

Un colloquio dovrebbe produrre un passo successivo

Raccontarsi reciprocamente ciò che è successo rappresenta solo una parte del lavoro. Un incontro diventa operativo quando termina con qualcosa da osservare o sperimentare.

La scuola può modificare una consegna, anticipare un cambiamento, offrire una pausa concordata, osservare quando compare una determinata reazione. La famiglia può verificare se lo stesso comportamento emerge in altri contesti, riferire cambiamenti recenti, raccontare quali strategie aiutano il bambino a recuperare equilibrio.

Dopo un periodo breve, scuola e famiglia possono confrontare le osservazioni. Il colloquio smette così di essere la cronaca del problema e diventa uno strumento di lavoro.

Parlare anche di ciò che funziona

Quando un bambino attraversa un periodo complesso, la comunicazione può concentrarsi quasi interamente sulle criticità. Scuola e famiglia finiscono così per incontrarsi soprattutto intorno a ciò che va gestito.

Gli interessi, le competenze, le curiosità, le relazioni riuscite e i momenti di partecipazione contengono invece informazioni preziose.

Se un bambino collabora durante alcune attività e durante altre si chiude, la differenza merita attenzione. Se riesce a entrare in relazione con un adulto e con un altro incontra maggiore fatica, anche questo è un dato. Se un argomento lo riattiva immediatamente, quella passione può diventare una chiave educativa.

Osservare ciò che funziona aiuta a comprendere con maggiore precisione anche ciò che crea difficoltà.

Prima del giudizio viene la comprensione

La critica alla scuola presente in Solomon J. nel villaggio dei Pepileni riguarda soprattutto la qualità dello sguardo. Il libro mostra quanto facilmente sensibilità, rabbia, immaginazione, dolore e bisogno di protezione possano essere interpretati attraverso categorie che riducono una realtà più complessa.

Il rischio aumenta quando scuola e famiglia iniziano a discutere su chi conosca meglio il bambino o su chi abbia causato il problema. La soluzione richiede un cambio di metodo.

Descrivere prima di interpretare. Fare domande prima di concludere. Confrontare ciò che accade nei diversi contesti. Stabilire un piccolo intervento osservabile. Verificarne gli effetti. Rivedere l’ipotesi quando i dati indicano altro.

Questa forma di comunicazione tutela anche i ruoli. La famiglia porta conoscenze che la scuola non possiede. La scuola porta osservazioni che la famiglia non può raccogliere nello stesso modo. Il bambino beneficia della qualità del collegamento tra questi due mondi.

Quando il colloquio diventa un ponte

In Solomon J. nel villaggio dei Pepileni il tema dei ponti attraversa l’intera opera. Anche la comunicazione scuola famiglia può essere letta attraverso questa immagine.

Un ponte richiede due estremità e uno spazio percorribile tra loro. Nel rapporto educativo, quello spazio è fatto di osservazioni precise, domande aperte, linguaggio rispettoso, disponibilità a rivedere le proprie interpretazioni e responsabilità condivise.

Quando questi elementi mancano, il colloquio rischia di diventare il luogo in cui gli adulti raccontano le proprie difficoltà reciproche. Quando riescono a incontrarsi, il bambino torna al centro della conversazione.

La domanda allora cambia. Da «Di chi è la colpa?» a: «Che cosa ci sta dicendo questo bambino e che cosa possiamo fare, ciascuno dal proprio posto, per comprenderlo meglio?»

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